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Tra artificio e natura - Editoriale Architetture in Acciaio #10

Laura Andreini ArcheaIl progetto architettonico, come è noto, è sempre il risultato di una tensione calibrata tra elementi opposti che si attraggono e si respingono (pieni/vuoti, leggero/pesante, opaco /trasparente); si tratta di elementi e categorie che corrispondono retoricamente ad un ossimoro nel quale si rappresenta, ad opera finita, il significato più autentico dei termini armonia ed equilibrio. Tuttavia tale rapporto dialettico di tipo duale si fonda prioritariamente, per l’architettura, sul confronto antico e permanente tra artificio e natura. Un incontro, ma forse sarebbe più opportuno parlare di scontro, tra entità differite, l’una eternamente in soggezione dell’altra, fino all’estrema convinzione di concepire il prodotto dell’uomo come un impari tentativo di sfida alla natura considerata, da sempre, perfetta. Per questa via l’architettura – nell’interpretare la natura come fabbrica di energia, essenza del paesaggio, anima dei luoghi e quindi delle attività umane – riconosce, attraverso il suo compiersi, il primato delle risorse naturali e quindi dell’ambiente quale fonte e fine di ogni agire e di ogni concepimento. Con ciò non vi è contrapposizione tra il costruire e la natura ma un medesimo obiettivo che concorre alla realizzazione di uno stesso disegno e cioè abitare la terra in armonia con ciò che vi è attorno, attraverso comportamenti che non ricercano la mimesi ma la comprensione, non l’intransigenza della rinuncia ma la possibile coesistenza tra ciò che ci è dato e ciò che dobbiamo fare per meritarlo. Il progetto e la conseguente opera, letta secondo queste aspirazioni, permette di guardare agli attori del processo di trasformazione del territorio con una rinnovata fiducia perché mostra la via di un ricercato equilibrio tra le necessità di tutela di ogni patrimonio derivato dall’esistente – sia esso naturale che storico-architettonico – e le esigenze di una società che sviluppa le proprie idee e soddisfa i propri bisogni attraverso azioni consapevoli, altrimenti definite sostenibili. Come dimostra il progetto della nuova Cantina Antinori nel Chianti Classico, presentato in questo numero di Aa, la palese intenzionalità nel rapportarsi con il contesto tende ad affermare il dovere di salvaguardare e arricchire il valore dei luoghi attraverso una capacità di analisi e lettura degli stessi in relazione all’uso, alla dimensione, alla consistenza e quindi all’impatto dell’intervento.
In quest’ottica la copertura dell’edificio con la terra non rappresenta un atteggiamento di mimesi e neppure il tentativo di mascherare e confondere la cantina nel paesaggio, semmai vuole significare il senso più profondo e convinto di una ricerca di equilibrio con l’ambiente rappresentato dallo schiudersi della stessa collina per accogliere al proprio interno le attività e le azioni capaci di generare quella congiunzione tra natura e artificio che l’uomo ha il dovere di perseguire nella sua ricerca di spazi per l’abitare. Così i due grandi tagli nella collina corrispondono ad altrettante coperture aggettanti la cui luce raggiunge i 24 metri nel punto più ampio; un gesto architettonico necessario reso possibile attraverso l’utilizzo di una potente struttura in acciaio che coniuga resistenza e leggerezza. Parimenti i grandi spazi voltati interni che accolgono le barriques, le botti e i tini di fermentazione del vino ricavati nel “ventre” della collina, sono avvolti in un vero e proprio manto sospeso di elementi in cotto inseriti in una doppia orditura di profili a “omega” in acciaio zincato a sua volta sostenuta da una grandiosa centinatura in ferro che ha permesso di voltare lo spazio, brunelleschianamente, senza l’utilizzo di casseforme tradizionali. L’acciaio corten, ampiamente utilizzato sia negli interni che negli esterni, sia nelle strutture che nelle finiture, consente, per le sue qualità cromatiche e tattili, di ritrovare una rinnovata sintonia con il paesaggio circostante, un’armonia di colori e materia che costituisce il tema compositivo attraverso cui si articola e diventa esplicito il dialogo tra contesto naturale e opera architettonica.

Laura Andreini, Archea Associati

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